la peste nera del Trecento

06/01/2021 1 Di admin

1348, Firenze

Dico dunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di 1348, quando nell’egregia città di Fiorenza, oltre a ogni altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale, …, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’innumerevole quantità dei viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata.
E in quella non valendo alcuno senno né umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da officiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazione della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, …, quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti…. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso era manifesto segno di inevitabile morte: ma nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femmine parimenti o nell’inguine o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comune mela, altre come uno uovo, e alcune più e alcun’ altre meno, le quali i volgari nominavano gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra breve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venivano.
A cura delle quali infermità né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto: anzi, o che natura del malore non patisse o che la ignoranza de’ medicanti (de’ quali, oltre al numero degli scienziati, così di femmine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse e per consequente debito argomento non vi prendesse, non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra il terzo giorno dalla apparizione de’ sopra detti segni, chi più tosto e chi meno e i più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano.
E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagli infermi di quella per lo comunicare insieme s’avventava a’ sani, non altrimenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare cogli infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccatore trasportare.

Dalle quali cose e da assai altre a queste somiglianti o maggiori nacquero diverse paure e immaginazioni in quegli che rimanevano vivi, e tutti quasi a un fine tiravano assai crudele, ciò era di schifare e di fuggire gl’infermi e le lor cose; e così facendo, si credeva ciascuno medesimo salute acquistare. […]
E come che questi così variamente opinanti non morissero tutti, non per ciò tutti campavano: anzi, infermandone di ciascuna molti e in ogni luogo, avendo essi stessi, quando sani erano, esempio dato a coloro che sani rimanevano, quasi abbandonati per tutto languivano. E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi nessuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribolazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.
Per la qual cosa a coloro, de’ quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e femmine, che infermavano, nessuno altro sussidio rimase che o la carità degli amici (e di questi furono pochi) o l’avarizia de’ serventi, li quali da grossi salari e sconvenevoli tratti servivano, quantunque per tutto ciò molti non fossero divenuti: e quelli cotanti erano uomini o femmine di grosso ingegno, e i più di tali servigi non usati, li qual nessuna altra cosa servivano che di porgere alcune cose dagl’infermi addomandate o di riguardare quando morivano; e, servendo in tal servigio, sé molte volte col guadagno perdevano.
E da questo essere abbandonati gli infermi da’ vicini, da’ parenti e dagli amici e avere scarsità di serventi, discorse uno uso quasi davanti mai non udito: che nessuna, quantunque leggiadra o bella o gentil donna fosse, infermando, non curava d’avere a’ suoi servigi uomo, egli si fosse o giovane o altro, e a lui senza alcuna vergogna ogni parte del corpo aprire non altrimenti che a una femmina avrebbe fatto, solo che la necessità della sua infermità il richiedesse; il che, in quelle che ne guerirono, fu forse di minore onestà, nel tempo che succedette, cagione. E oltre a questo ne seguì la morte di molti che per avventura, se stati fossero atati, campati sarieno; di che, tra per lo difetto degli opportuni servigi, li quali gl’infermi aver non potevano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella città la moltitudine che di dì e di notte morivano, che uno stupore era a udir dire, non che a riguardarlo. Per che, quasi di necessità, cose contrarie a’ primi costumi de’ cittadini nacquero tra quali rimanevano vivi. […]
E acciò che dietro a ogni particolarità le nostre passate miserie per la città avvenute più ricercando non vada, dico che, così inimico tempo correndo per quella, non per ciò meno d’ alcuna cosa risparmiò il circostante contado, nel quale, (lasciando star le castella, che simili erano nella loro piccolezza alla città) per le sparte ville e per li campi i lavoratori miseri e poveri e le loro famiglie, senza alcuna fatica di medico o aiuto di servitore, per le vie e per li loro colti e per le case, di dì e di notte indifferentemente, non come uomini ma quasi come bestie morivano. Per la qual cosa essi, così nei loro costumi come i cittadini divenuti lascivi, di nessuna loro cosa o faccenda curavano; anzi tutti, quasi quel giorno nel quale si vedevano esser venuti la morte aspettassero, non d’aiutare i futuri frutti delle bestie e delle terre e delle loro passate fatiche, ma di consumare quegli che si trovavano presenti si sforzavano con ogni ingegno. Per che addivenne i buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli e i cani medesimi fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie case cacciati, per li campi (dove ancora le biade abbandonate erano, senza essere, non che raccolte ma pur segate) come meglio piaceva loro se n’andavano. E molti, quasi come razionali, poi che pasciuti erano bene il giorno, la notte alle loro case senza alcuno correggimento di pastore si tornavano satolli.
Che più si può dire (lasciando stare il contado e alla città ritornando) se non che tanta e tal fu la crudeltà del cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra il marzo e il prossimo luglio veniente, tra per la forza della pestifera infermità e per l’esser molti infermi mal serviti o abbandonati nei loro bisogni per la paura che avevano i sani, oltre a centomila creature umane si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti, che forse, anzi l’accidente mortifero, non si saria estimato tanti avervene dentro avuti? O quanti gran palazzi, quante belle case, quanti nobili abituri per addietro di famiglie pieni, di signori e di donne, infino al menomo fante rimasero vuoti! O quante memorabili schiatte, quante ampissime eredità, quante famose ricchezze si videro senza successore debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono coi loro parenti, compagni e amici, che poi la sera veniente appresso nell’altro mondo cenarono con li loro passati!

La difficoltà di riposare e l’insonnia li opprimevano continuamente. E il corpo, per tutto il tempo in cui la malattia era al suo culmine, non si logorava, ma inaspettatamente resisteva, cosicché la maggior parte moriva dopo giorni per effetto del calore interno, avendo ancora un po’ di forza; se invece sopravvivevano a questa fase, la malattia scendeva nell’intestino e produceva forti ulcerazioni e una violenta diarrea, e così morivano in seguito, per lo sfinimento. Infatti il male, inizialmente localizzato nella testa, percorreva tutto il corpo e infine raggiungeva le estremità, fino ai genitali, alle mani, ai piedi e anche agli occhi: e molti si salvarono perdendo queste parti.

Altri, fisicamente guariti, smarrirono però la memoria, e non riconoscevano più se stessi e i loro familiari. Il morbo colpiva con una violenza maggiore di quanto potesse sopportare la natura umana, e in un particolare soprattutto esso mostrò di essere diverso dalle solite epidemie: gli uccelli e i quadrupedi che si cibano di cadaveri, sebbene molti morti fossero rimasti insepolti, o non si avvicinavano o, se si cibavano di quei resti, morivano. Tale, dunque, era il morbo nel suo complesso. E oltre alla peste, nessun’altra malattia delle solite infieriva in quel tempo: e anche se sorgeva, andava a risolversi in questa. E gli uni morivano per mancanza di cure, gli altri anche se erano molto ben curati. Non esisteva, per così dire, nessuna medicina che si potesse applicare in generale: quello che a uno era di giovamento, per un altro era dannoso. Nessun organismo, forte o debole che fosse, riusciva a combattere il morbo, ma la malattia portava via tutti quanti, anche chi era curato con la maggiore attenzione.

Ma la cosa più terribile in assoluto era lo scoraggiamento da cui uno era preso quando si sentiva male – subito, datosi con il pensiero alla disperazione, si lasciava andare e non resisteva – e il fatto che per curarsi a vicenda si contagiavano e morivano l’uno dopo l’altro, come pecore: e questo causava la strage maggiore. Se per timore non volevano recarsi l’uno dall’altro, morivano abbandonati, e molte case furono spopolate per la mancanza di qualcuno che prestasse le cure necessarie; se al contrario si accostavano alle persone, morivano per il contagio, e in particolare modo quelli che cercavano di agire con generosità: per un senso di vergogna infatti costoro non si risparmiavano, ma si recavano dai loro amici, poiché anche il compianto sui morenti alla fine era trascurato, per stanchezza, persino dai familiari, sopraffatti dall’immensità della sciagura. Tuttavia i sopravvissuti avevano più compassione per chi stava morendo o era malato, perché ne avevano già fatto esperienza ed erano ormai al sicuro: la malattia infatti non colpiva due volte la stessa persona in modo grave. Oltre alla malattia, aggravava il loro disagio l’afflusso della gente dai campi; e soprattutto questi nuovi arrivati erano in difficoltà. Non essendoci case per loro, ma vivendo d’estate in baracche soffocanti, la strage avveniva nel massimo disordine e, morendo l’uno sull’altro, si aggiravano strisciando per le strade e intorno alle fontane, per il desiderio di acqua. Anche i santuari erano pieni di cadaveri: gli uomini infatti, sopraffatti dalla disgrazia e non sapendo quale sarebbe stata la loro sorte, cadevano nell’incuria del santo e del divino.

Tutte le consuetudini che prima si seguivano nel celebrare gli uffici funebri furono sconvolte, e si seppelliva come ciascuno poteva. E molti usarono modi di sepoltura indecenti, per mancanza degli oggetti necessari, dato che numerosi erano i morti che li avevano preceduti: prevenendo chi elevava la pira, gli uni, posto il loro morto su una pira destinata a un altro, vi davano fuoco; altri, mentre un cadavere ardeva, vi gettavano sopra quello che stavano portando, e se ne andavano. Anche in altri ambiti il morbo dette inizio, in città, a numerosi infrazioni della legge. Più facilmente uno osava quello che prima si guardava dal fare per il proprio piacere, perché vedeva che subitaneo e radicale era il mutamento di sorte fra coloro che erano felici, e morivano improvvisamente, e coloro che prima non possedevano nulla e poi avevano le ricchezze degli altri. Cosicché miravano a godere quanto prima e con il maggior piacere possibile, giudicando effimere sia la vita che le ricchezze. E ad affaticarsi per ciò che era sempre stato considerato nobile, più nessuno era disposto, poiché pensava che era incerto se non sarebbe morto prima di raggiungerlo. Quello era piacevole già nel presente e che, da qualunque parte venisse, era vantaggioso per ottenere quel piacere, tutto ciò era divenuto bello e utile. Nessun timore degli dei o legge degli uomini li tratteneva, poiché da un lato consideravano indifferente essere religiosi o no, dato che tutti senza distinzioni morivano, e dall’altro, poiché nessuno si aspettava di vivere fino a dover rendere conto dei suoi misfatti; essi pensavano che una pena molto più grande era già stata sentenziata ai loro danni e pendeva sulle loro teste, per cui era naturale godere qualcosa della vita prima che tale punizione piombasse su di loro.

Boccaccio, Decameron, (Introduzione)